- Dettagli
-
Data pubblicazione
-
Visite: 2267

I primi pensieri che lego a Gesù in croce sono quelli di alcuni ammalati gravi, inchiodati nel letto da giorni e qualcuno da anni:
ammalati che sono Gesù inchiodato al legno.
E, più in generale, penso ad alcune
situazioni pesanti che le famiglie si trovano a vivere, senza la forza di uscire dal vicolo cieco in cui sono rimaste imprigionate.
Mentre il volto di tante persone conosciute si affaccia tra il cuore e la mente, mi scorre davanti agli occhi il dipinto del
Mantegna, dove si vede Gesù inchiodato ad una croce, mentre la vita attorno a Lui continua: la città sullo sfondo va avanti, le guardie annoiate aspettano, le donne piangono, i soldati giocano a dadi per vedere chi sarà il fortunato e porterà a casa una tunica di valore. Situazioni di sempre.
Ma, io in questa scena dove sono? In un certo senso, mi ritrovo in uno di quei soldati che giocano a dadi e che hanno paura di guardare in faccia la sofferenza, perché anche a me capita –impotente davanti a chi sta male- di cercare distrazioni e divagazioni.
Ma..Gesù da lassù mi guarda e, proprio perché ha già le braccia aperte, è pronto ad abbracciarmi. La sua stretta, mi lascia l’impronta del suo sangue e così lava e perdona le mie inettitudini e le mie paure.
Signore, io non so se sarò capace di stare a lungo vicino a chi è inchiodato alla malattia.
Tu, allora, continua a non distogliere da me il tuo sguardo per darmi la forza di poterti guardare negli occhi di chi è ammalato.Anna Bernasconi, a servizio della Comunità Pastorale Discepoli di Emmaus, Rozzano