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Rimanere fermi oggi sembra impossibile. Quando non si muovono i piedi, velocissimi girano i pensieri, le comunicazioni... Non sempre, perciò, al cammino corrisponde un incontro. I volti, le storie girano vorticosi, così come il senso di solitudine, di superficialità.
Contemplare nella preghiera Gesù che porta la croce e coloro che incontra sul suo cammino mi richiama ad uno sguardo più vero e profondo verso i miei compagni di strada. «Mentre lo conducevano via, fermarono un certo Simone di Cirene, che tornava dai campi, e gli misero addosso la croce, da portare dietro a Gesù. Lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di donne, che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui.» (Lc 23, 26 - 27) C'è chi, come Simone di Cirene, si trova a portare la croce: stava andando per la sua strada, ma un incontro inaspettato lo ferma e gli dà un "incarico", anzi un "carico".
Oltre ad essere un carico pesante, la croce è anche un ostacolo, qualcosa da evitare: me la trovo sulle spalle e vorrei che fosse qualcun'altro a portarla e così, rischio di vedere nel dolore degli altri un fastidio da allontanare, senza avere il coraggio di prendere la mia e la loro croce.
Tuttavia dietro la croce di Gesù, come Simone di Cirene, non sono sola. C'è una "grande moltitudine di popolo e di donne". Stanno con Gesù, camminano con Lui, accolgono il male, le ferite, il dolore, ma trasformandoli con la forza dell’amore.
Stando insieme a uomini e donne, accettandoli e perdonandoli, Gesù rivela fino a quale punto si spinge l’amore del Padre: Dio non si stanca di amare l’uomo. Uno sguardo nuovo mi spinge a fare mia la fatica, di portare, cioè la sofferenza e l'inquietudine di chi incontro, nell'accoglienza e nel silenzio, senza pretendere di trovare risposte, cercando di amare, di aspettare, di portare la loro vita con "gli stessi sentimenti di Cristo Gesù". (Fil 2,5)
Annamaria Terzaghi, Ausiliaria Diocesana
in servizio pastorale a San Giuliano Milanese